sabato 29 marzo 2008

Jeannette cerca i cugini in Italia, Brasile ed in Argentina.



Mi Chiamo Jeannette Brooks e vivo in Arizona, negli USA. Sono americana d’origine italiana. Carissimi, voglio farvi sapere che mio nonno si chiamava Giulio Fabio De Rose ed era di Fagnano Castello (Cosenza), Italia. Abbiamo parenti nelle città di Cleto e Malvito, sempre in Italia. Alcuni dei nostri cugini sono emigrati in Brasile ed in Argentina negli anni ’50, e forse anche prima. Vorrei tanto mettermi in contatto con loro perché sto facendo delle ricerche genealogiche della mia famiglia. Vorrei condividere con i miei cugini e le loro famiglie quello che ho imparato, sperando che loro vogliano condividere la storia delle loro famiglie con me, cosicché noi tutti potremmo avere la possibilità di conoscere insieme le origini delle nostre famiglie in Italia. I nomi delle famiglie sono: Acquesta, Credidio, Giglio e Trotta. Purtroppo non parlo spagnolo, ma posso parlare e scrivere inglese e francese. La mia prima lingua è l'inglese. Ho cominciato a studiare l’italiano e il mio insegnante è stato abbastanza gentile ad aiutarmi questa richiesta in italiano, inoltre ho molti amici che parlano spagnolo e sono molto gentili a cooperare nelle traduzioni delle risposte che dovrebbero arrivare. Gradirei se voi tutti mi faceste il grande piacere di rispondere e mantenerci in contatto. Grazie in anticipo. Scrivetemi a: jeannetteviersbrooks@gmaildotcom

Jeannette

I miei cugini in Argentina, (Foto Circa 1956):

Peppino Frasca, Stella De Stefano, Eliana De Rose, Vincenzina De Rose, Elena Frasca, moglie di Severino De Rose, Severino De Rose. Bambini: Eliana ed Elia De Rose, Figli di Severino De Rose, si trovano in America, Argentina.

domenica 23 marzo 2008

Le Feste religiose radicate negli animi della gente del Golfo di Gaeta (di Antonio Lepone*)

Feste popolari, Sagre paesane, Rassegne folkloristiche sono le allegre compagne delle nostre giornate estive. Classici appuntamenti, a cui pochissimi rinunciano. Si tratta di miti inossidabili che, nel rappresentare occasioni di ritrovo e di divertimento rafforzano l'antico legame tra l'uomo e la sua terra d'origine. Festival, Fiere, Celebrazioni Patronali pullulano in tutta l'area pontina ed, in particolare, nel Golfo di Gaeta e confermano il bisogno, ancora avvertito da qualsiasi Comunità, di ancorarsi a qualcosa in grado di offrire suggestioni e motivi di riflessione ed, ovviamente momenti di svago. Tradizioni intrise di cultura e di fede continuano oggi ad imporsi, sfidando le stagioni e mantenendo inalterati gli ingredienti di un tempo. Esperti e appassionati si affannano a studiare l'economia e a volte si affannano dinanzi all'impenetrabilità delle spinte motivazionali, in altri casi invece riescono a decifrare le basi ideali che li sorreggono. Nelle zone cui è forte il legame con la civiltà contadina prevalgono manifestazioni che rievocano il duro lavoro dei campi e la raccolta dei frutti: spiccano, nel comprensorio del Golfo di Gaeta, la "Sagra delle Regne", la festa dei covoni di grano in programma la seconda do-menica di luglio a Minturno, la Festa dell'Uva, allestita a metà settembre a Castelforte. Nei centri in cui è assente questo antico rapporto con il mondo agreste regnano, invece, solo le ricorrenze dei Santi Patroni che dominano la scena vivificando una religiosità popolare la quale riesce a vincere l'indifferenza quotidiana, l'approssimazione dei sentimenti, le degenerazioni del consumismo ed i tecnicismi dell'era telematica. Un esempio calzante è offerto dal coinvolgimento popolare, registrato ogni anno a Formia, in occasione delle Feste di San-t'Erasmo e di San Giovanni Bat-tista, a Gaeta dove spiccano le ricorrenze di Sant'Erasmo e della Madonna di Porto Salvo, ad Itri in coincidenza con la Natività di Maria SS. della Civita, a Scauri che celebra la Natività di Maria, a Tremensuoli la festa secolare di San Nicandro, a Castelforte che ricorda l'Addolorata o a Santi Cosma e Damiano che festeggia gli omonimi "anargiri". A che cosa è dovuto questo rinnovato e crescente interesse a seconda dei casi verso tali espressioni di fede e di cultura popolare? Una convincente risposta a tale interrogativo traspare dalle dichiarazioni rese dal dottor Nini Matteis, ex Presidente della Provincia di Latina, già Capo del Coreco pontino e sindaco di Formia, in un'intervista a me rilasciata anni fa: "io ed un mio amico sociologo, con una lunga militanza nel Comitato dei Fe-steggiamenti di San Giovanni, a Formia - ce lo siamo chiesti partecipando ai riti del 24 Giugno. Abbiamo convenuto che alla base di tali manifestazioni vi sia un sentimento religioso così radicato che si trasforma in elemento di forte coagulo di fronte alla labilità dei valori odierni ed alla penuria di riferimenti certi. Nel prendere parte alla Festa la gente si sente coinvolta in qualcosa che le appartiene. L'audience è in costante aumento e non c'è televisione che tenga". Un'analisi sintetica e puntuale, quella di Matteis, che da anni regala ai formiani suggestive memorie e sentite riflessioni nel pieghevole pubblicato in occasioni delle celebrazioni del Battista, momento vitale per la Città ed in particolare per lo storico rione di "Mola". Dunque, feste religiose e paesane come legame sociale. Questo lo spirito di chi partecipa e di chi allestisce, spesso con grandi sacrifici economici e di tempo (sottratto al lavoro ed alle famiglie che sovente si lamentano dell'assenza), simili appuntamenti che ricevono continui attestati anche da tutti coloro che vivono all'estero e si concedono, una volta l'anno, un breve soggiorno nella terra natìa. Queste iniziative costituiscono per qualcuno anche una fonte di sostentamento. Francesco Camillo, 54 anni, porta avanti a Castelforte, insieme ai suoi fratelli, una delle ultime fabbriche di fuochi d'artificio, esistenti nel Lazio Meridionale. Figlio d'arte, premiato più volte in gare pirotecniche regionali, è fiero del suo mestiere originale e rischioso. "Ogni giorno - dice Camillo - è pieno di insidie: dall'opera artigianale per la preparazione dei "botti" fino al momento magico dello spettacolo, con l'accensione delle batterie e l'applauso della gente". Alchimia con le polveri, giochi di colori e una buona dose di sangue freddo sono le costanti del pirotecnico, una figura professionale che nel mezzogiorno tira ancora, ma che rischia di estinguersi per la concorrenza dei "giapponesi tutto fare" e per il mutamento dei costumi. Le manifestazioni locali si rivelano anche un fenomeno economico, nel quale si inseriscono imprese commerciali e sponsor. Ecco il perché dei controlli sui vari budget, effettuati pure in provincia di Latina dalla Guardia di Finanza. L'intervento degli imprenditori è condizionato dai crescenti costi di allestimento (si parla di decine di milioni per ogni appuntamento di medio livello), ma impone, per quanto riguarda le feste religiose, un attento equilibrio tra i motivi ideali che le ispirano ed il rischio di degenerazioni e di contraddizioni, alimentate a volte dalla corsa sfrenata agli sprechi e dal desiderio di strafare e primeggiare, nutrito da qualche organizzatore. Pertinenti, allora, risultano gli appelli rivolti dai Pastori della Chiesa locale ai Comitati promotori, al fine di eliminare le spese da capogiro in tema di cantanti, luminarie e di giochi pirotecnici. Essi non mirano a cancellare la tradizione, ad annullare le connotazioni civili delle ricorrenze patronali o ad abolire i momenti di aggregazione. Religione e sana ricreazione possono convivere, grazie ad una ponderata analisi, attenta anche ai canali della solidarietà e della beneficenza. Ce lo dimostrano, nel comprensorio aurunco, esempi di diligente e moderata gestione dei fondi, raccolti dai "Masti di festa" attraverso la caratteristica "questua". Tale è il binario su cui viaggia il futuro delle manifestazioni popolari, eventi culturali e socio-spirituali, destinati ad avere lunga vita, ma anche spazi pieni di luce, suoni, colori e di fantasie, ancora in grado di entusiasmare. Occasioni di svago e di ritrovo non solo per i più piccoli, ma anche per i papà e le mamme che, con la scusa di condurci i figli, vengono poi scoperti a ballare in piazza, a spassarsela sulle intramontabili giostre o a gustare un'enorme nuvola di zucchero filato. "Oasi" dove è consentito essere e tornare fanciulli.

*scrittore e giornalista

In memoria dell'otto settembre ’43, un omaggio a tutti gli italiani di allora (di Mario Forte*)

Si era verso la fine del "43", l'esercito italiano era allo sbando. Avevo allora solo nove anni, ma già una certa esperienza di aerei da bombardamento, di contraerea di divise e gradi militari, di fame e di tutti quei disagi che la guerra comporta e che la popolazione incolpevole subisce. La mia famiglia, dalla immediata periferia, si era dowta trasferire in paese perchè i tedeschi avevano requisito la no-stra casa con tutto quanto conteneva: mobili e vettovaglie, galline e una ca-pretta cui ero affezionato. Eravamo andati a stare presso i nonni paterni unitamente ad un fratello e due sorelle di mio pa-dre, tutti sposati con ri-spettivi figli piccoli. Il paese e dintorni era tutto un brulicare di soldati tedeschi. Il mio paese - Tremen-suoli - aveva un aspetto tetro, perchè era come woto, in realtà la gente se ne stava rintanata e i maschi adulti si nascondevano persino nei sottotetti in quanto i tedeschi avevano bisogno di braccia per qualsiasi lavoro, compreso quello di scavare trincee e gli uomini non volevano essere presi perchè avevano paura di non far più ritorno a casa la sera. Però siccome non avevamo quasi più nulla da mangiare, mio padre, quella volta, non volle nascondersi e così quando i tedeschi entrarono, aprendo la porta con un calcio, lo videro e, afferrandolo e strattonandolo gli gridarono: "Arbait!". Alla sera però, mio padre ritornò con due gavette di patate bollite con pezzi di carne e così tutti mangiammo. Io volli sapere se il giorno dopo sarebbe andato ancora con i tedeschi. Mio padre rispose di si. Addormentandomi, sognai patate bollite con pezzi di carne. Da parecchi giorni erano incominciati i borbandamenti alleati sul nostro territorio: molte squadriglie di B22, però, andavano a rovesciare il loro carico micidiale a Cassino dove era attestato il grosso dell'esercito tedesco. All'inizio, quando borbandavano di notte e dagli aeroplani scendevano mlliadi di razzi, mi incuriosivo a quella cascata di stelle filanti che illuminava tutto a giorno, poi, però, capii che quelle luci servivano per meglio colpire gli obiettivi, allora ebbi paura una paura fottuta per tutto quello che riguardava la guerra: capivo indistintemente che mi po-teva capitare di morire bambino e, questo pensiero, mi straziava nell'intimo. Tremensuoli era allora come quasi ancora oggi è, un insieme di abitazioni appiccicate le une alle altre in maniera ir-regolare. La linea che di-segna il profilo dei tetti contro il cielo è come il grafico di un e-lettrocardiogramma di un cuore ma-lato, e poi sporgenze, rientranze e terrazzini e balconi incastrati tra mu-ri di pietra senza intonaco e davanzali in mattoni affollati di gerani e di basilico. Una di queste abitazioni ap-parteneva ai miei nonni paterni: essa è ancora lì, non più abitata da nessuno di noi da quel lontano "43". Le sue mura sono annerite dal tempo e dalla pioggia. Alla casa vi si ac-cedeva da una gradinata esterna che partiva direttamente da "Vico Gelso". Da questo vicolo si ha anche accesso ad una specie di tunnel, col cielo a volta, che attraversa le abitazioni e ne costituisce il supporto; poi ha sbocco all'esterno, in campagna aperta. Dalle pareti del tunnel si può accedere a locali adibiti a stalle o a legnaie, ma in quel periodo costituivano rifugio antiaereo per diverse famiglie del paese. "Sepporte" è il nome di questo sottopassaggio: forse la storpiatura di "Supporto". Il giorno prima un aereo alleato aveva sorvolato il paese lanciando volantini che presero a scendere di-sordinatamente, a svolazzare come ali di grosse farfalle, riflettendo lampi di luce del debole sole invernale. Per noi ragazzi fu un momento di allegria quel rincorrerli prima che cadessero definitivamente al suolo: ne raccogliemmo a manciate, contendendoceli. Infine ogniuno tornò a casa portandone in tasca qualcuno per farlo leggere ai grandi. I grandi già sapevano: i volantini avvertivano che il giorno dopo il paese sarebbe stato bombardato e che tutti gli abitanti dovevano abbandonare le case e allontanarsi il più possibile nelle campagne. Noi, insieme ad altre famiglie, non ci preoccupammo più di tanto: pensammo che le "sepporte" costituivano un ricovero si-curo a pro-va di bomba. Al suono dell'allarme, io e mia sorella ci precipitammo, come sempre, sotto le "sepporte" e, da lì, entrammo nella grande stalla - legnaia. Vi trovammo già rifugiate diverse persone; molti erano parenti miei altre conoscenti. La loro presenza mi faceva sentire, fuori da ogni logica, quasi al sicuro. Mi sedetti su una fascina di legna: vicino, due innamorati si tenevano le mani e si facevano qualche ca-rezza, più in là, una donna teneva stretto un bimbetto a cui offriva, sorridendo, il seno. L'atmosfera era da presepe, ma il rombo degli aerei sopra di noi non lasciava presagire bene. Infatti, di lì a poco incominciarono ad udirsi sibili e fragori. Finchè uno di quei sibili si ingigantì fino a divenire assordante e, in un istante, tutto rovinò sopra di noi e le pareti della legnaia divennero una trappola per tutti. Aveva-no sganciato una bomba al fosforo che sprigionò fiamme e fumo mortali avvolgendo persone e cose. Quella mattina, là sotto, morirono una quindicina di persone, bruciate o soffocate dal fumo. Non si vedeva più nulla intorno: sentivo solo grida e lamenti e volevo gridare anch'io, ma il fumo che mi entrava dentro era come un bolo di spilli aguzzi che laceravano dolorosamente. No, non dovevo gridare, dovevo respirare col naso. Pensai che sarei morto, forse ero ferito. Con le mani mi esplorai tutto il corpo e mi convinsi di no. Presi a muovermi, mi sentii preso alla gamba da qualche mano in cerca d'appiglio e mi divincolai. Non potevo pensare a nessuno: ero attanagliato dalla paura e sentivo il calore forte delle fiamme che crepitavano. Riuscii a toccare una parete della legnaia e intuii che dovevo muovermi perimetralmente per poter individuare un varco. Al di là di una breccia nel muro intravidi un chiarore di luce naturale, ma la breccia era sbarrata da lingue di fuoco che si elevavano, contorcendosi. Arretrai di qualche passo, presi la rincorsa e mi trovai fuori da quell'inferno. E presi a guardarmi intorno: come un cineoperatore ruota la sua cinepresa, io roteavo la mia testa: finalmente rivedevo la terra, il cielo, gli alberi... Forse quell'orrore l'avevo solo sognato. Purtroppo la realtà era ancora lì, terribilmente rappresentata dal giovane Antonio Autore: se ne stava, seminudo, appoggiato al tronco dell'ulivo secolare, con addosso null'altro che la camicia sbrindellata e bruciacchiata. Vistose ustioni gli segnavano il viso e il resto del corpo. Le sue labbra si muovevano come a voler gridare la sua sofferenza, come a chiedere aiuto, ma usciva, dalla sua bocca, solo un gorgoglio indistinto, mentre ad ogni tentativo di articolare parola un fiotto di sangue gli usciva dalla gola inondandogli il petto: alla base del collo aveva una ferita grossa come una noce. Non volevo più vedere, non volevo più pensare, volevo solo correre, correre per quei viottoli lungo gli argini dei fossati di scolo, come quando li percorrevo inseguendo un cane o un gatto. E così, correndo all'impazzata, subito dopo un dos-so, feci impatto contro qualcosa o qualcuno; due braccia forti mi afferrarono: "Mario, Mario... sono io... calmati!" gridò mio padre, e mi abbracciò. Mia madre, mia sorella e mio fratello erano con lui: la famiglia era tutta lì ed eravamo salvi.

*già Consigliere Comunale del Comune di Minturno

sabato 22 marzo 2008

Tremensuoli ha festeggiato San Giuseppe 2008









La Chiesa cattolica ricorda san Giuseppe il 19 marzo con una solennità a lui intitolata. Il culto di san Giuseppe, padre putativo di Gesù e simbolo d’umiltà e dedizione, nella Chiesa d’Oriente era praticato già attorno al IV secolo: intorno al VII secolo la chiesa Copta ricordava la sua morte il 20 luglio. In Occidente il culto ha avuto una marcata risonanza solo attorno all’anno Mille, come attestato dai martirologi, primo fra tutti quello del monastero di Richenau, ricordandolo al 19 marzo, data diventata festa universale nella Chiesa con Gregorio XV nel 1621. La prima chiesa dedicata a san Giuseppe sembra essere quella di Bologna eretta nel 1130. Nel 1621 i Carmelitani posero l'intero ordine sotto il suo protettorato. L'8 dicembre 1870 Pio IX lo proclamò patrono della Chiesa universale, dichiarando esplicitamente la sua superiorità su tutti i santi, seconda solo a quella della Madonna. Papa Leone XIII scrisse la prima enciclica interamente riguardante il santo: la Quamquam pluries, del 15 agosto 1889. Il 26 ottobre 1921, Benedetto XV estese la festa della Sacra Famiglia a tutta la Chiesa. La festa di Giuseppe artigiano fu istituita nel 1955 da Pio XII e fissata il 1° maggio: la festa dei lavoratori fino a quel momento era appannaggio della cultura social-comunista. Nel 1962 Giovanni XXIII introdusse il suo nome nel canone della Messa, oltre ad affidargli lo svolgimento del Concilio Vaticano II. Fino al 1977 il giorno in cui la Chiesa cattolica celebra San Giuseppe era considerato in Italia festivo anche agli effetti civili, ma con legge n. 54/77, questo riconoscimento fu abolito e da allora il 19 marzo divenne un giorno feriale come tutti gli altri. In Italia è consuetudine preparare a marzo particolari dolci nei giorni a ridosso del 19 marzo, festa di San Giuseppe. Nell'Italia centrale è tipica la preparazione di bignè fritti e ripieni di crema o ricotta. Nel Mezzogiorno e nelle pasticcerie di tradizione napoletana è usanza cuocere al forno o friggere in padella grosse ciambelle decorate esternamente con crema pasticcera e marmellata di amarene, note come zeppole. Particolare è la situazione che accade nel Lazio, dove si preparano per tradizione bignè nei paesi dell'ex-Stato Pontificio e zeppole in quelli una volta appartenenti al Regno di Napoli. Il borgo di Tremensuoli ha festeggiato San Giuseppe nella serata di sabato 15 marzo, nella piazza delle “Cappelle” con un gran falò che ha illuminato il circondario e la distribuzione gratuita a tutti i presenti della pagnotta benedetta conosciuta come “cuccetella” insieme ai prodotti della tradizione locale tremensuolese: salsiccia e broccoletti, minestra di ceci e fagioli (la “menestella”), lupini, il tutto annaffiato da un buon vino “fragolino” e, per finire, le zeppole di San Giuseppe della pasticceria “Enrico” di Marina di Minturno. Durante la serata don Luigi ha benedetto i presenti nel nome del santo lavoratore. Un ringraziamento al comitato festeggiamenti ed alle sue cuoche per l’ottima riuscita della manifestazione tradizionale. Il 19 marzo, Tremensuoli ha voluto onorare san Giuseppe grazie alla disponibilità delle famiglie Serao e Lepone, che in mattinata hanno distribuito in chiesa le “cuccetelle” ed in serata ancora falò e degustazione di prodotti tipici locali. E’ bello che le tradizioni siano tramandate ai giovani, che in quest’occasione, si sono riuniti intorno a San Giuseppe ed a Tremensuoli.

lunedì 17 marzo 2008

Album dei Ricordi n. 14



Ciao Giovanni, vengo a conoscenza, tramite i miei figli, di questo bellissimo sito dedicato a Tremensuoli! Sono quindi davvero felice di aiutarti nel mio piccolo a far conoscere le bellezze del nostro piccolo "paesello"... riportando alla luce quei ricordi che hanno reso bella la nostra gioventù e quella dei nostri familiari. Ti invio due foto di gruppo in cui primeggia uno dei personaggi più celebri di Tremensuoli: Don Raffaele Bergantino. Spero di veder pubblicate queste foto e ti prometto di trovarne altre. La foto dei bambini della Prima Comunione risale al 13 giugno 1948.


Un saluto
Maria Sorgente

domenica 16 marzo 2008

Album dei Ricordi n. 13














Meneghella e Fulvio (nella prima foto);
nell'altra foto la squadra dei "Giovani Leoni" degli anni '50 di cui abbiamo riconosciuto: Gennaro Granata, Pasquale Costantino, Sergio D'Acunto, Giuseppe Camerota "Don Carlo", Aurelio Carlino, Sergio Pugliese, Alberto D'Acunto, Fulvio Possenti, Pietro Monti, Geppino Schettini.
Grazie a Fulvio e Paola. Ci state dando un grande aiuto.

Album dei Ricordi n. 12






Altre immagini che ci hanno fatto avere Paola e Fulvio che ringraziamo con affetto invitando i Tremensuolesi sparsi in tutto il mondo ad arricchire questo blog inviando a tremensuoli@cheapnet.it - http://www.tremensuoli.tk/

Album dei Ricordi n. 11




Alcune immagini d'epoca che pubblichiamo grazie all'aiuto di Fulvio Possenti e Paola Baffi. Questi due amici di Tremensuoli stanno facendo molto per reperire materiale storico fondamentale per per questo spazio. Grazie per la fattiva collaborazione ed a presto con altre foto che ci fanno tornare indietro nel tempo, quando forse si era più felici.

lunedì 3 marzo 2008

I giovani scolari del 1933


Ringraziamo l'amico Enzo Pensiero per aver inviato questa foto che ritrae gli alunni delle classi elementari della scuola di Tremensuoli nel 1933. Notiamo Antonio Pensiero (primo a sinistra), Augusto Fico (dodicesimo della seconda fila), Gaetano Limone (quindicesimo della seconda fila), poi Mario Vento, Domenica Pimpinella (Menechella), Maria Grazia De Santis, Angiolina (moglie di Arturo il collega). Se qualcuno altro si riconosce ce lo facesse sapere scrivendoci a: tremensuoli@cheapnet.it